giovedì 28 maggio 2015

Cronache Ludiche #1 - Pandemia

Sono passate diverse settimane, forse abbiamo anche superato il mese, da quando ho scritto l'ultimo post qui sul blog e mi sembra di aver fatto passare sufficiente tempo per poter scriverne un altro, introducendo un nuovo tema ai già parecchi che tratto qui.
Oltre che inserire un nuovo argomento ho intenzione di, contestualmente ad esso, creare uno spazio regolare; quasi come se fosse un format. Mi è venuto così in mente "Cronache Ludiche" serie di pensieri a ruota libera su giochi da tavolo che ho provato una volta sola e su cui mi va di spendere qualche parola. Protagonista di questa puntata è Pandemia (Pandemic in originale) di Matt Leacock, gioco cooperativo a tema medico per 2-4 giocatori edito da Zman e pubblicato in Italia da Asterion Press.

Prima di iniziare ad analizzare il gioco nello specifico, con i suoi componenti e le sue regole, bisogna risolvere un quesito: come fa un gioco da tavolo ad essere cooperativo?Semplice; tutti i giocatori giocano "contro" il gioco e collaborano per raggiungere una vittoria comune che, se non venisse raggiunta, porterebbe alla sconfitta dell'intero gruppo. Il cardine di Pandemia, come di ogni gioco di questo genere, è quindi lavorare per il bene comune anzichè per il proprio in ordine di vincere tutti insieme.

Come anticipato poche righe fa il tema dietro all'opera di Leacock è di tipo medico: 4 epidemie stanno attaccando il pianeta e tocca ad una equipe di esperti (di ruoli differenti) salvare capra e cavoli girando il mondo e bonificando uno ad uno i focolai delle diverse malattie. Non mi dilungherò oltre a parlare del regolamento del gioco (anche perché è facilmente recuperabile online) quanto piuttosto preferisco parlare delle sensazioni che l'esperienza che ho avuto su questo titolo mi ha donato. Ma prima diamo uno sguardo rapido ai componenti forniti nella versione base del gioco: i segnalini (che siano fiala, malattia o focolaio), il bottone Livello di Contaminazione, le carte e le pedine sono tutti di buonissima fattura e contribuiscono a dare senso al tema, entro ovvi limiti. Il tabellone, infine, è quanto di più essenziale si potrebbe volere da un gioco simile e funziona proprio per la sua cristallina semplicità.

Visto così, per quanto grazie a giochi come Plauge Inc. (che sostanzialmente ribalta il concept di Pandemia, mettendo nelle mani del giocatore la malattia anziché la cura) possa essere familiare anche ai giocatori più occasionale, Pandemia pare un gioco noioso e strettamente legato alla scienza piuttosto che all'azione; niente di più sbagliato. Giocandolo, infatti, si viene subito catapultati nel mezzo del tema e si percepisce praticamente da subito l'idea che qualcosa di pericoloso si stia diffondendo in maniera non così lenta e che noi giocatori siamo l'unico modo per arrestarlo. Il vero "twist" dato dal gioco è il ritmo: nessuno sta mai fermo o troppo occupato a pensare al proprio ma è sempre trascinato dentro il turno altrui e coinvolto direttamente nelle varie strategie. Non è un gioco perfetto, però: come la maggior parte dei giochi cooperativi la sensazione è quella che si stia giocando a qualcosa di più simile a un puzzle al quale tutti aggiungono un pezzetto piuttosto che a un vero e proprio boardgame (e questo non è necessariamente un male, ma è bene precisare onde evitare spiacevoli sessioni di gioco in cui uno o più giocatori si annoiano dopo pochi turni perché si aspettavano qualcosa di più impegnativo), alcuni accostamenti di personaggi rendono il gioco fin troppo semplice (sebbene la difficoltà sia sempre molto alta e la possibilità di perdere è dietro l'angolo anche a partita quasi conclusa) e probabilmente non vorrete rigiocare una seconda partita immediatamente dopo la conclusione della prima. Non sono difetti insormontabili, per qualcuno non saranno nemmeno difetti (per me lo sono in minima parte), ma è giusto rendere giustizia a ciò che il gioco riesce a dare sia di positivo che di negativo.


In coclusione: se mai vi capitasse di vedere la scatola di Pandemia a casa di un amico o in un locale che permettere di giocare giochi in prova dategli una chance e dedicate i 45/60 minuti a questo bellissimo cooperativo che si spiega in pochi minuti e che vi divertirà da subito.

-Luca

giovedì 23 aprile 2015

Tutto fa brodo


"Gli ultimi 3 anni di politica si sono basati sul niente, i 4 leader più importanti hanno giocato a rincorrersi dicendo praticamente le stesse identiche cose ("non bisogna fare come i politici", "basta con questa politica vecchia", "la gente vuole essere protagonista") condite da pensieri che, apparentemente, sembrano creare un'identità (Renzi con il neo-riformismo democristiano, Salvini con il razzismo e il vittimismo, Grillo con gli strilli e i vaffanculo e Berlusconi ancora convinto che esistano i rossi e la sinistra in Parlamento) ma che fanno parte dello stesso bieco populismo commovente e sensazionista. Le persone si sentono coinvolte senza comprendere che tutto questo è pensato per allontanare la base dal centro nevralgico delle direttive, perché tanto quelli là sono tutti ladri e lo dice anche il leader quindi crediamo in lui e gli facciamo fare quello che vuole e poco importa se le facce sono sempre quelle. Questa immagine è il perfetto sunto di quello che significa l'impegno e l'attivismo politico in Italia nel 2015, il nulla calcolato su valori che in soldoni non hanno nessuna valenza." scrissi così la settimana scorsa sul mio profilo personale su Facebook quando vidi questa immagine pubblicata sulla pagina ufficiale del Parlamentare Europeo e attuale segretario della Lega Nord, Matteo Salvini. Perché questo incipit, vi chiederete voi?Perché è necessario, prima ancora di andare ad analizzare il fulcro del discorso, partire dal concetto principe che lega (gioco di parole orribile e assolutamente non volontario, ma necessario) tutto quanto il ragionamento derivato: la politica attuale è fatta di ridondanze, qualunquismi, generalizzazioni e frasi fatte per dare l'illusione che elettorato ed eletti siano vicini quando, di fatto, tutto questo li allontana mettendo in mano agli eletti tutto il potere decisionale che gli elettori cedono deliberatamente perché "ehi la pensano come noi, sono troppo giusti" dimenticando che la politica è partecipazione prima che manifestazione di un pensiero, non delega.

Come avrete potuto intuire, quindi, la tesi che cerco di far valere con quanto scritto qui è che quanto sta facendo la Lega Nord da quando Salvini ha preso il comando in poi non è entrare nel cuore della gente e aprirsi al confronto ma, anzi, usare piccoli mezzucci contraddittori per allargare l'elettorato; nel nome del più bieco dei "tutto fa brodo". La parola "Nord" all'interno del nome del partito, che ancora non è stata rimossa, ci ricorda di quel bel periodo fatto di dita medie alzate al cielo, rutti, scoreggie, "Roma ladrona", "terroni di merda" e via dicendo; periodo che, invero, non è mai del tutto finito. Sì, è vero sono passati i bei tempi andati e la Lega post-Bossi non ci offre più le perle di una volta ma non va dimenticato che viviamo comunque nel paese più campanilista e anti-unità collettiva del pianeta e quindi come fare per svecchiare il contenuto politico?Semplice: pigliamocela con gli altri, quelli che per non si sa bene quale motivo in Italia non ci dovrebbero stare, così fingiamo che ci siamo redenti e ora crediamo in una unità nazionale che non solo non esiste ma che fondamentalmente non vogliamo. Ma come facciamo a far bella figura, soprattutto dopo tutti i casini che sono successi?Ci mettiamo una bella faccia nuova, giovane, incazzata e anche un po' fascista così i romani fomentati di CasaPound si ringalluzziscono e per pigliare due voti ci seguono a ruota. Un piano perfetto, mancava solo un modo di comunicare adeguato.


Comunicazione. Il problema era la comunicazione. Avevano il leader giovane e pulito, di quelli pseudo-rottamatori che van di moda adesso (e che, a quanto pare devono avere tutti lo stesso nome di battesimo) ma si percipiva il bisogno di un linguaggio giusto ed in linea con il momento e diamine se ci sono riusciti. Se sbirciassimo la già menzionata pagina Facebook di Salvini noteremmo, infatti, l'uso di un italiano semplice, senza troppi fronzoli e arrampicamenti grammaticali complessi, a cui segue una risposta per le righe da parte dei seguaci del leader di partito: razzismo da due soldi, ragionamenti ridodanti e slegati completamente da quello principale. Insomma, un successo mediatico incredibile e preoccupante allo stesso tempo (specialmente per chi, come me, studia i processi comunicativi)  dato l'assenza di precedenti equiparabili (sì ci sarebbe Beppe Grillo, ma almeno lì due idee c'erano e infatti ora non se li fila nessuno). Successo sensazionista che si estende non solo nel web diventando sempre più preoccupante e incontrollabile: è di qualche ora fa questo video che anticipa la puntata di stasera di AnnoZero nel quale viene mostrato come il modus commovente di Salvini sia stato fiutato come affare dai giornalisti che saltano tranquillamente sul carro. Questo è solo uno degli esempi, ce ne sarebbero molti altri (come la gaffe di ieri notte a riguardo di alcune dichiarazioni di Gianni Morandi), del cattivo e ingiusto metodo propagandistico di Salvini fatto di odio verso il diverso e di selfie con i "cittadini onesti" e quello che state leggendo è solo una goccia in un mare che sicuramente non scatenerà una tempesta ma che, almeno per un po', mi mette l'anima in pace.

-Luca

mercoledì 8 aprile 2015

"Fuck them and their law!"



"La musica elettronica è morta, evviva la musica elettronica"; è più o meno questo che ho pensato quando ho scoperto che un termine generico e squisitamente didascalico come "EDM" (che sta ad indicare "electronic dance music") era stato trasformato in un genere, un modo di suonare e pensare la musica univoco e specifico. Trasformare un indicazione, un suggerimento (del tipo "ehi guarda che quello che stai ascoltando serve a farti muovere il culo, non stare a farti troppe domande sulla sperimentazione"), in un'unica e sola idea di dance (generalmente quella commerciale contemporanea, dalla big room alla trap/dubstep/techno/qualunquerobacommercialeconlacassadrittaeundrop) è solo la conferma di quello che belle personcine come Avicii, Martin Garrix, David Guetta, Bob Sinclair (che invero ha fatto un album più che decente), Skrillex e tutta quella gente che intasa il main stage dell'UMF (ed i milioni di DJ che li imitano e che ogni giorno spuntano come funghi): ridurre la concezione di ballabile ad un'unica e sola idea, dimenticandosi completamente della varietà e della capacità tecnica in favore di un'esaltazione estetica estemporanea e dimenticabile in una manciata di minuti poiché completamente esente da attitudine e cultura. Non sanno cosa fanno, non sanno cosa si mettono addosso ma lo fanno; perché lo fanno tutti. Tutti tranne uno: Liam Howlett, leader e mente del progetto ventennale "The Prodigy", che presenta un nuovo lavoro della sua band a distanza di 6 anni dal precedente.


"The Day Is My Enemy", questo il nome del sesto album di Liam Howlett, Maxim e Keith Flint, è indubbiamente il lavoro più impattante del gruppo dell'era post-Fat perché ha una cosa che tutti i progetti nati da 10 anni a questa parte non hanno: l'attitudine. Il voler essere un disco deliberatamente punk nel modo di porsi si traduce in un gigantesco dito medio ai "preset-djs" e questo è l'ordine secondo il quale l'album va valutato. Non si tratta di un disco perfetto, anzi la quasi stragrande maggioranza dei suoni e delle idee (incluse collaborazioni che gridano al mondo la provenienza popolare del progetto firmate con l'aiuto di Noel Gallagher e palesi citazioni a band come i Rage Against The Machine) suonano fuori dal tempo ma non in maniera auto-referenziale e fine a sé stessa come nel precedente "Invaders Must Die", ma di un disco decisamente significativo: purtroppo non riuscirà ad adempire al nobilissimo intento che il suo autore si è posto ma quantomeno invierà un messaggio. Messaggio percepibile prima di tutto dalla scelta di auto-produrre completamente tutto quanto e distribuirlo in maniera autonoma, come avrebbero fatto le persone (lo stesso Howlett compreso) che hanno dato vita ad un movimento che è passato dall'essere libero e illimitato a limitarsi da solo, arrivando a ghettizzarsi per raggiungere più persone possibili (e se poi a quelle persone non interessa davvero quello che stanno ballando/ascoltando non importa, ormai hanno pagato). Non mi sono fermato troppo ad analizzare il suono, che è il solito incazzatissimo suono dei Prodigy e che non ha bisogno di presentazioni o particolari infiocchettamenti dopo 20 anni di onoratissima carriera, di proposito: perché non è il suono a farla da padrone qui ma è il messaggio il vero protagonista. Ma il messaggio non è abbastanza: perché in album di musica quel che conta è la musica (e quindi si ritorna a quanto detto prima, suona bene ma è un po' "fossilizzato"). Rendiamo comunque giustizia a ciò che è stato presentato: perché solo loro, i Prodigy, potevano permettersi di proporre un quasi concept album che si porta dietro una condanna così feroce. Ed era ora che qualcuno dicesse, parafrasando una loro vecchia canzone, che la "legge" della musica dance attuale è una stronzata e che vada fottuta a più riprese.

-Luca


venerdì 20 febbraio 2015

Il modo migliore per fare rap è smettere di farlo




Potrei sbagliarmi ma sembra quasi che quando si parla di rap ci si scorda quasi che prima di tutto si parla di musica. Le ragioni culturali, il fatto che attualmente un rapper o uno youtuber abbiano più risonanza di qualunque altro personaggio abbia un minimo di voce (o pretenda di averla) nell'epoca in cui viviamo, oscurano qual è il fulcro principale di una canzone: deve suonare bene, il fatto che abbia un testo che chi lo ascolta trova (spesso erroneamente) ben scritto è completamente secondario. Poi escono dischi come Laska di Mecna, ed il mondo ti pare meno grigio e inizi a vedere una certa luce in fondo al tunnel.
Mecna è quel classico tipo di artista, tratto tipico di tutto il suo entourage composto dalle uniche vere proposte fresche del panorama quasi-mainstream italiano, attento ed interessato sul serio: è un grafico pubblicitario di talento, è un ascoltatore appassionato con un orecchio sempre teso verso le avanguardie musicali del suo genere ma è anche un liricista non particolarmente eccelso, perché essere sopra una media composta dal nulla non fa di te uno scrittore. Insomma chi segue Mecna e il suo giro di "hipster illuminati dell'hip-hop" sa benissimo di cosa sto parlando, ma va comunque fatto un appunto: quello proposto è rap consciuos più nel suono che nel contenuto. Ed è giusto che sia così. Perché serviva qualcuno che spostasse l'ago della bilancia, perché per ispirarsi agli Stati Uniti (prendendo ad esempio gli artisti meritevoli per davvero) non basta dire di averlo fatto. E quindi cos'ha quest'album di così tanto importante? Le ispirazioni, si sentono echi di Drake e James Blake su tutti, e le produzioni, affidate tanto a artisti strettamente collegati alla scena quanto a nuove leve del suono elettronico come Yakamoto Kotzuga. Qui ci si vuole lasciare, quasi, alle spalle il rap composto da testi di finta formazione che con la frase fatta modello Bacio Perugina fa da ispirazione al ragazzino che ondeggia la sua testa davanti ad uno schermo del pc o che riempie i locali ai concerti di questi artisti per poi passare quella manciata di ore a fissare il telefono con il quale sta riprendendo per intero la performance che avviene a pochi metri dal suo naso. Un rap che non è più rap, o meglio non solo rap, ma è molto più musica in senso stretto: attuale nel suono e complessa nel concetto, non nel testo. Si riconferma quindi l'intento del giro Blue Nox/Unlimited Struggle: migliorare il genere svuotandolo dagli orpelli di genere; Laska è il seguito naturale di un tracciato cominciato con tanti dischi precedenti (come lo stesso Disco Inverno di Mecna, che forse nei testi è meglio pensato e realizzato di questo ultimo lavoro) e reso palese con Orchidee di Ghemon quasi un anno fa.
Una prova che ha delle sbavature, perché comunque anche se si sposta il centro dell'attenzione serve un bilanciamento tra quello che si racconta ed il suo contesto, ma che consolida un percorso, sia del'artista singolo che di tutti quelli ad esso collegati, che merita ogni consenso. La scena ha (ri)trovato le persone che riescono a rappresentarla sempre in ogni loro iterazione. Amen.

-Luca


sabato 14 febbraio 2015

Generalismo, generalisti e generalizazzioni - #favijnonmirappresenta



Premetto che quanto state per leggere non è una paraculata banalina in difesa della, cosiddetta, "arte" così perché bisogna farlo, perché serve una motivazione (senza argomenti) per giustificare le proprie perdite di tempo, né tanto meno ha la funzione di creare un movimento internettiano (perché sappiamo già com'è andata a finire quella volta là): prendetelo come un ragionamento, sì è vero è tutto riconducibile ad una causa comune ma nessuno qui vuole fare il leader carismatico. Il punto chiave è smuovere le cose, perché siamo arrivati ad un punto in cui abbiamo gli strumenti ed i mezzi per dimostrare davvero qualcosa senza più ridurci a dare degli ignoranti a destra e a manca ma analizzando punto per punto le questioni, ponendo tutto in un contesto e introducendo dei concetti che per credenza comune, sia esterna che interna, sono solitamente lontani dal medium.



Partiamo con qualche cenno storico, perché per creare un contesto è sempre necessario saperlo collocare in un periodo citando tutti gli avvenimenti del caso: negli ultimi mesi fioccano, letteralmente, le lamentele del giornalismo (sia stampato che televisivo) nei confronti di "quel gioco per bambini dove vinci se investi qualcuno" (citazione che attribuirò tra qualche riga) meglio conosciuto come Grand Theft Auto V. Ci ha provato il Corriere, per poi riceve una seria ed intelligente risposta dal Corriere stesso; poi è stato il turno di Striscia, che tramite Laudadio tirò fuori un servizio lacunoso e ridondante pieno zeppo di errori grossolani ed evitabili ma che fanno audience facile nel target emozionato ed emozionabile a cui il programma si riferisce e infine c'è stato anche un articolo su La Repubblica che richiedeva interventi da parte del presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi contro tal videogioco, e anche qui ci sono stati sputtanamenti interni. Chi mancava all'appello?Ovviamente il massimo del generalismo, il non-plus ultra dell'informazione povera e spicciola, notizie semplici pensate da persone semplici per gente semplice: ovviamente sto parlando di Uno Mattina, e chi lo avrebbe mai detto dato che ho soltanto messo un'immagine gigante della Isoardi (ultimamente al centro del ciclone grazie alle sue particolari e assolutamente condivisibili frequentazioni) e di Franco di Mare a inizio paragrafo. Fin qui nessun problema, siamo ben abituati ad un livello non particolarmente elevato sia nei temi che nei modi con cui si fa informazione da quelle parti, quindi sì ci si indigna per cinque minuti ma la cosa finisce lì; esattamente come per gli altri articoli/servizi proposti precedentemente lasciano il tempo che trovano sia nella mente dello spettatore/lettore medio che nel ricchissimo palinsesto generalista, o nelle fornitissime edicole,  italiano. Ma se a dire la citazione non attribuita di cui sopra fosse un'intellettuale di un livello discreto come Dacia Maraini?E se come contraltare per discutere contro i cattivoni della tv che sono ignoranti e dicono che i videogiochi sono "figli del Dimonio" chiamassero uno che con l'informazione e la cultura del videogioco ci azzecca come ci azzeccavo io con la matematica alle superiori?Beh, è presto detto, la cosa prende una piega pericolosissima.


Chi vi scrive, ve lo dico senza nessun problema, trovava rispettabile il lavoro di FaviJ: era una cosa che non mi interessava perché non facevo parte del suo target, lui non ha mai voluto far parte di nessuna polemica internettiana da due soldi (che lo riguardasse o meno), ed ha sempre avuto l'onestà di sapere di non aver successo per il tema (di cui credo pure lui si sia accorto non essere un esperto) ma per il modo in cui si pone (sia verso i videogiochi sia verso il suo pubblico, soprattutto verso il suo pubblico). Caso vuole che la notorietà, per chi avesse inavvertitamente chiuso gli occhi ogni volta che ha aperto la home di Youtube il Nostro è attualmente il videomaker con il maggior numero di iscritti tra quelli italiani, lo abbia spinto oltre ponendo sotto una luce che non solo non gli appartiene ma che ostacola tutta una serie di persone che ha studiato strenuamente il medium per farne un lavoro (nel video possiamo sentire Lorenzo, vero nome di FaviJ, intimorito dalla situazione, quasi bloccato e incapace di creare un'argomentazione seria è la cosa fa intuire che il ragazzo non sia stato minimamente introdotto alla questione né tanto meno alle cose, gravissime e facilmente confutabili, dette da Di Mare e dalla Maraini prima del suo intervento). È questo il problema fondamentale della questione: stiamo, tutti noi sì, legittimando e dando spazi a persone che sono inadeguate. Se l'opinione pubblica continua a vedere il videogioco come una cosa per bambini e non come un mezzo come un altro con i suoi differenti target possibili, con i suoi "generi", la colpa è anche nostra; non solo della televisione (o del giornale) ignorante gestito da persone avanti con gli anni. Noi, prima di loro, dobbiamo iniziare ad intendere il videogioco come quello che è; soltanto dopo possiamo permetterci di chiedere che gli venga riconosciuto il valore.

Per questo motivo mi sento di sposare la causa #favijnonmirappresenta e vi consiglio la visione di questo (dove viene fornita una intelligentissima riflessione sulla differenza tra intrattenimento ed informazione, che va sempre sorretta da uno studio e da una conoscenza approfondita e sincera del campo qualunque esso sia) video: perché spero che le cose possano cambiare sia come appassionato di videogiochi che come, spero, futuro giornalista di settore ma non che cambino soltanto da una parte. Se volete che il vostro passatempo sia riconosciuto, iniziate a riconoscerlo voi stessi, prima. Non mi sono soffermato di proposito in difesa di GTA o del videogioco in genere, perché non ce n'è bisogno; perché non servono discussioni infinite sul fatto che quello sia intrattenimento per adulti se quando il negoziante nega l'acquisto del nuovo videogioco violento al ragazzino il padre lo minaccia di sfasciargli il negozio per poi appellarsi alle autorità, o ai giornalisti, qualora scoprisse che forse il negoziante aveva ragione.

-Luca


domenica 8 febbraio 2015

Quando i francesi fanno gli americani (e sono quasi più bravi)



Potrei sbagliarmi se dico che gli zombies iniziano a saturare in maniera abbastanza pesante la scena dell'intrattenimento da quando un certo tizio ha pensato di cedere alla AMC i diritti per la realizzazione di una serie tv su un fumettino semi-sconosciuto da lui realizzato. No, in realtà non mi sbaglio; da quando esiste la versione televisiva di The Walking Dead il fenomeno de "i morti rimorti" ha preso più piede della crescita di finti fan di Charlie Hebdo post-attentato. Insomma l'ossessione per la dieta a base di cervelli e la camminata carica di nonchalance dei ritornati alla vita è parecchio di moda, è un dato di fatto. E chi sono i mangialumache, i nostri cugini d'oltralpe, per esimersi dal cogliere la palla al balzo e saltare sul carro dei vincitori così carichi di verve e dalla parlantina sempre piena di ricche sfumature linguistiche? Ovviamente nessuno, ma cosa succederebbe se quegli stessi francesi prendessero il tema e lo rivoltassero in maniera tale da tirar fuori la cosa più incredibilmente umana su di esso? Beh caccerebbero fuori dal loro cilindro tutto formaggi puzzolenti e vini costosi "Les Revenants", mandando a stendere allegramente gli americani in soli otto episodi.

Come fare, si saranno chiesti gli sceneggiatori della serie (che è tratta da un film precedente di cui, purtroppo, chi vi scrive non sa molto), a rendere fresco il soggetto così tanto abusato e trito?Semplice, rendendo i morti "vivi" per davvero. Infatti definire "zombie" le persone che tornano alla vita in questa serie compiono più una resurrezione in senso letterale del termine, tornando esattamente nelle stesse condizioni fisiche e mentali in cui erano un secondo prima di morire, che il classico ritorno dell'immaginario horrorifico contemporaneo. E sta tutta qui la chiave del successo nel raggiungimento dell'obiettivo di questo show televisivo francese: proporre un concetto che lo spettatore ha interiorizzato molto bene in maniera completamente differente, ponendolo sotto una luce più intimista e drammatica che non spaventosa e pericolosa. I morti sono spaventati della loro situazione esattamente come lo sono i vivi, lo spiazzamento della situazione destabilizza tutti quanti allo stesso modo senza fare eccezioni. L'approfondimento delle emozioni è sorretto da una scrittura di fattura decisamente all'altezza del tipo di atmosfera che si vuole ricreare, che forse lo avvicina più a Twin Peaks che non a The Walking Dead. Ne sono d'esempio sia l'ambientazione, un minuscolo paesino di pochissime anime situato in riva a un lago dove tutti conoscono tutti e ognuno nasconde diverse ombre anche a sé stesso, che le situazioni che si creano tra i personaggi (come il bellissimo rapporto tra le due gemelle Camille e Lenà, la prima morta da quindicenne quattro anni prima degli eventi narrati nella serie e la seconda che ormai ha quasi superato l'adolescenza). Come ho già detto è l'introspezione a farla da padrone qui:piuttosto che puntare sulla caccia ai morti che minacciano la sopravvivenza dei vivi (mangiando e trasformando in zombie, come la prassi suggerisce) ci si interroga sul vuoto lasciato dal decesso di essi e su cosa significhi riaverli tra di noi.


Simbolismo, regia di primissimo ordine, cast all'altezza (anche se, se vi venisse il pensiero di vederlo in lingua incappereste con una delle lingue più fastidiose del creato secondo il mio modestissimo parere) e una colonna sonora curata da niente popò di meno che il signor Mogwai e i suoi compagni di ventura sono le cifre stilistiche che Canal+ e la produzione di questa serie ha scelto per raccontare quello che, finora, è il miglior prodotto (televisivo) sul tema. Chapeau, io nel mentre attendo la seconda stagione che sta ritardando da più di un anno ad arrivare sugli schermi degli affezionati a questo prodotto.

-Luca


venerdì 26 dicembre 2014

Cambiare il presente dell'Italia con il futuro (del Giappone)


Mi ero ripromesso che qui non avrei mai scritto una recensione ma, arrivato al quinto post, devo rimangiarmi ogni patto fatto con me stesso. Perché l'opera in questione merita un ragionamento il più possibile lucido su quello che vuole essere nel mercato italiano e su quanto possa essere importante per il futuro.
Il fumetto di cui voglio parlarvi è Golem, progetto quasi decennale di Lorenzo Ceccotti in arte LRNZ comparso periodicamente sulla bocca di tutti (e anche su qualche testata auto-prodotta) nel corso degli anni e che finalmente arriva nella sua versione rifinita e completa.


Roma. Anno 2030. L'Italia è un posto profondamente diverso. Avanzamento tecnologico, globalizzazione e consumismo hanno stravolto la natura stessa del paese; ormai diventato irriconoscibile e sempre più inghiottito da un processo di standardizzazione che priva di ogni personalità ciascun stato del mondo. Il capitalismo ha vinto, lo status-symbol rappresentato dal possesso dell'ultimo modello di smartphone (qui chiamati "desmophones") è ormai l'unica legge a cui obbedire. Un futuro colorato, pimpante ma solo apparentemente. Perché la logica del consumo tiene schiavi solo persone felici. E' questo il mondo in cui ci catapulta Golem nelle primissime pagine, attraverso il classico discorso alla nazione di Capodanno del Presidente della Repubblica. Un discorso carico di crudezza distopica che, in una manciata di tavole, introduce la vicenda.


Sarebbe eccessivo fermarsi ulteriormente ad approfondire la trama di questo libro. Perché toglierebbe il gusto di addentrarsi passo dopo passo assieme a Steno, il protagonista di Golem, nell'atmosfera e nell'ambientazione che sono i veri punti di forza del tutto. Vanno, però, fatti una serie di appunti. Se da un lato, infatti, l'Universo tirato su da LRNZ è credibile, coeso e sorretto da fondamenta grafiche di primissimo ordine (su cui tornerò più avanti), dall'altro la narrazione in quanto tale, parlando strettamente di svolgimento, è piuttosto lineare e prevedibile ma non inficia, non troppo almeno, il lavoro che adempie in maniera perfetta la sua funzione. Ma qual è questa funzione? Andando a sbirciare la strategia di marketing che la Bao Pubblishing, casa editrice di questo fumetto, ha utilizzato per promuovere il prodotto noteremo una certa aggressività e convinzione ferma nei confronti di quanto questo possa davvero sconvolgere il fumetto italiano in maniera definitiva. Ed è proprio questo il punto in cui Golem eccelle: in un mercato ormai saturo di "pillole di vita quotidiana" come quello del fumetto autoriale italiano contemporaneo una storia che attinge a ritmi, di ampissimo respiro, e a costrutti grafici così lontani dall'abitudinario (per quanto riguarda la media dei prodotti di questo tipo in Italia) può davvero cambiare il modo in cui viene descritto, concepito, costruito e letto l'intero medium.



Ma quali sono i modi che Lorenzo Ceccotti usa per rendere tutto ciò qualcosa di più di un semplice tentativo?Ce ne sono moltissimi, come ad esempio il volere dare a quasi tutti i personaggi nomi che esulano dalla tradizione italiana, ma il più esemplificativo è sicuramente la costruzione grafica e la composizione delle tavole. Lo stile di Golem cita da vicino la grande tradizione fantascientifica nipponica con rimandi a autori colossali come Urasawa, Otomo e Kon da cui eredita il gusto per il dettaglio. Il tutto viene incastonato in tavole dalla composizione creativa e imprevedibile a cui raramente abbiamo assistito in prodotti provenienti dal nostro paese.


Se dovessi, infine, riassumere Golem in maniera sintetica: non si tratta di un fumetto che verrà riconosciuto come un "must-read" riconosciuto in maniera globale in ogni parte del nostro pianeta, uno di quei classici imprescindibili per chiunque voglia avvicinarsi alla nona arte. Ma ci ricorderemo di questo libro come il primo esempio di fumetto italiano che vuole competere a livello internazionale su territori non propri della produzione italia. E' questo è un onore non da poco.

-Luca