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mercoledì 8 aprile 2015

"Fuck them and their law!"



"La musica elettronica è morta, evviva la musica elettronica"; è più o meno questo che ho pensato quando ho scoperto che un termine generico e squisitamente didascalico come "EDM" (che sta ad indicare "electronic dance music") era stato trasformato in un genere, un modo di suonare e pensare la musica univoco e specifico. Trasformare un indicazione, un suggerimento (del tipo "ehi guarda che quello che stai ascoltando serve a farti muovere il culo, non stare a farti troppe domande sulla sperimentazione"), in un'unica e sola idea di dance (generalmente quella commerciale contemporanea, dalla big room alla trap/dubstep/techno/qualunquerobacommercialeconlacassadrittaeundrop) è solo la conferma di quello che belle personcine come Avicii, Martin Garrix, David Guetta, Bob Sinclair (che invero ha fatto un album più che decente), Skrillex e tutta quella gente che intasa il main stage dell'UMF (ed i milioni di DJ che li imitano e che ogni giorno spuntano come funghi): ridurre la concezione di ballabile ad un'unica e sola idea, dimenticandosi completamente della varietà e della capacità tecnica in favore di un'esaltazione estetica estemporanea e dimenticabile in una manciata di minuti poiché completamente esente da attitudine e cultura. Non sanno cosa fanno, non sanno cosa si mettono addosso ma lo fanno; perché lo fanno tutti. Tutti tranne uno: Liam Howlett, leader e mente del progetto ventennale "The Prodigy", che presenta un nuovo lavoro della sua band a distanza di 6 anni dal precedente.


"The Day Is My Enemy", questo il nome del sesto album di Liam Howlett, Maxim e Keith Flint, è indubbiamente il lavoro più impattante del gruppo dell'era post-Fat perché ha una cosa che tutti i progetti nati da 10 anni a questa parte non hanno: l'attitudine. Il voler essere un disco deliberatamente punk nel modo di porsi si traduce in un gigantesco dito medio ai "preset-djs" e questo è l'ordine secondo il quale l'album va valutato. Non si tratta di un disco perfetto, anzi la quasi stragrande maggioranza dei suoni e delle idee (incluse collaborazioni che gridano al mondo la provenienza popolare del progetto firmate con l'aiuto di Noel Gallagher e palesi citazioni a band come i Rage Against The Machine) suonano fuori dal tempo ma non in maniera auto-referenziale e fine a sé stessa come nel precedente "Invaders Must Die", ma di un disco decisamente significativo: purtroppo non riuscirà ad adempire al nobilissimo intento che il suo autore si è posto ma quantomeno invierà un messaggio. Messaggio percepibile prima di tutto dalla scelta di auto-produrre completamente tutto quanto e distribuirlo in maniera autonoma, come avrebbero fatto le persone (lo stesso Howlett compreso) che hanno dato vita ad un movimento che è passato dall'essere libero e illimitato a limitarsi da solo, arrivando a ghettizzarsi per raggiungere più persone possibili (e se poi a quelle persone non interessa davvero quello che stanno ballando/ascoltando non importa, ormai hanno pagato). Non mi sono fermato troppo ad analizzare il suono, che è il solito incazzatissimo suono dei Prodigy e che non ha bisogno di presentazioni o particolari infiocchettamenti dopo 20 anni di onoratissima carriera, di proposito: perché non è il suono a farla da padrone qui ma è il messaggio il vero protagonista. Ma il messaggio non è abbastanza: perché in album di musica quel che conta è la musica (e quindi si ritorna a quanto detto prima, suona bene ma è un po' "fossilizzato"). Rendiamo comunque giustizia a ciò che è stato presentato: perché solo loro, i Prodigy, potevano permettersi di proporre un quasi concept album che si porta dietro una condanna così feroce. Ed era ora che qualcuno dicesse, parafrasando una loro vecchia canzone, che la "legge" della musica dance attuale è una stronzata e che vada fottuta a più riprese.

-Luca


venerdì 20 febbraio 2015

Il modo migliore per fare rap è smettere di farlo




Potrei sbagliarmi ma sembra quasi che quando si parla di rap ci si scorda quasi che prima di tutto si parla di musica. Le ragioni culturali, il fatto che attualmente un rapper o uno youtuber abbiano più risonanza di qualunque altro personaggio abbia un minimo di voce (o pretenda di averla) nell'epoca in cui viviamo, oscurano qual è il fulcro principale di una canzone: deve suonare bene, il fatto che abbia un testo che chi lo ascolta trova (spesso erroneamente) ben scritto è completamente secondario. Poi escono dischi come Laska di Mecna, ed il mondo ti pare meno grigio e inizi a vedere una certa luce in fondo al tunnel.
Mecna è quel classico tipo di artista, tratto tipico di tutto il suo entourage composto dalle uniche vere proposte fresche del panorama quasi-mainstream italiano, attento ed interessato sul serio: è un grafico pubblicitario di talento, è un ascoltatore appassionato con un orecchio sempre teso verso le avanguardie musicali del suo genere ma è anche un liricista non particolarmente eccelso, perché essere sopra una media composta dal nulla non fa di te uno scrittore. Insomma chi segue Mecna e il suo giro di "hipster illuminati dell'hip-hop" sa benissimo di cosa sto parlando, ma va comunque fatto un appunto: quello proposto è rap consciuos più nel suono che nel contenuto. Ed è giusto che sia così. Perché serviva qualcuno che spostasse l'ago della bilancia, perché per ispirarsi agli Stati Uniti (prendendo ad esempio gli artisti meritevoli per davvero) non basta dire di averlo fatto. E quindi cos'ha quest'album di così tanto importante? Le ispirazioni, si sentono echi di Drake e James Blake su tutti, e le produzioni, affidate tanto a artisti strettamente collegati alla scena quanto a nuove leve del suono elettronico come Yakamoto Kotzuga. Qui ci si vuole lasciare, quasi, alle spalle il rap composto da testi di finta formazione che con la frase fatta modello Bacio Perugina fa da ispirazione al ragazzino che ondeggia la sua testa davanti ad uno schermo del pc o che riempie i locali ai concerti di questi artisti per poi passare quella manciata di ore a fissare il telefono con il quale sta riprendendo per intero la performance che avviene a pochi metri dal suo naso. Un rap che non è più rap, o meglio non solo rap, ma è molto più musica in senso stretto: attuale nel suono e complessa nel concetto, non nel testo. Si riconferma quindi l'intento del giro Blue Nox/Unlimited Struggle: migliorare il genere svuotandolo dagli orpelli di genere; Laska è il seguito naturale di un tracciato cominciato con tanti dischi precedenti (come lo stesso Disco Inverno di Mecna, che forse nei testi è meglio pensato e realizzato di questo ultimo lavoro) e reso palese con Orchidee di Ghemon quasi un anno fa.
Una prova che ha delle sbavature, perché comunque anche se si sposta il centro dell'attenzione serve un bilanciamento tra quello che si racconta ed il suo contesto, ma che consolida un percorso, sia del'artista singolo che di tutti quelli ad esso collegati, che merita ogni consenso. La scena ha (ri)trovato le persone che riescono a rappresentarla sempre in ogni loro iterazione. Amen.

-Luca


martedì 2 dicembre 2014

Abbiamo gli strumenti per incuriosirci ma...


Potrei sbagliarmi ma inizia a mancarci la curiosità. Sembra quasi che tutto quello a cui ci sottoponiamo, a prescindere dal tipo di prodotto, debba essere standard per poterci piacere. E sembra anche che, nonostante abbiamo gli strumenti per poter cambiare questa tendenza, li usiamo per alimentarla.
Prendiamo ad esempio Shazam uno dei servizi più famosi e utilizzati per smartphone e tablet da quando questi dispositivi sono apparsi sui vari mercati. Per chi non sapesse di cosa si tratta, oltre che ricevere i miei complimenti per essere sopravvissuti illesi in una caverna per tipo 12 anni, Shazam è un programma che permette, tramite un particolare algoritmo, di calcolare la frequenza media di una canzone e quindi riconoscerla. Detto così sembra una cosa mistica e impossibile da comprendere ma se la riassumo con "tu schiacci il pulsantino, lei registra il brano che stai sentendo e ti dice che canzone è" le cose si semplificano. Ecco questa applicazione è l'esempio calzante dell'avere ottimi strumenti per poter accrescere la propria sete di sapere utilizzati nella maniera più sbagliata possibile.
In questo articolo (che se volete trovate qui tradotto e riassunto) viene spiegato nel dettaglio, tramite il video posto alla fine del primo paragrafo, quali siano i problemi derivanti da un uso improprio di uno strumento dal potenziale vastissimo come Shazam. Nello specifico si parla di come le classifiche che elencano le canzoni maggiormente "taggate" (di cui qui potete osservare quella dedicata al mercato italiano e che potete confrontare con la lista delle 30 canzoni più suonate dalla radio commerciale RTL 102.5) orientino le case discografiche nel decidere quali cantanti diventeranno la "next big thing" della musica pop. Come, vi chiederete voi, tutto ciò diventa un problema tangibile?Semplice, dal momento in cui le canzoni più popolari tra gli utenti di un programma che, teoricamente, dovrebbe far conoscere musica sono le medesime che si aggirano nelle radio e nei vari mass-media automaticamente i produttori sono portati a creare una serie di cloni che, a loro volta, genereranno un'altra serie di cloni. Senza poi contare che anche Shazam stessa ha voluto fare "la mossa" cercando di spingere in maniera ufficiale, e non più ufficiosa tramite il successo tra i fan, determinati artisti che hanno ricevuto consensi tra gli utilizzatori della piattaforma. Insomma, un gran casino. Casino che lascia spiazzati se, quando andiamo a guardare la suddetta classifica italiana, alla 68esima posizione troviamo nascosto da un mare di "radio friendly songs" un pezzo decisamente più underground e ricercato (a livello italiano, almeno) come Chimes di Hudson Mohawke senza soluzione di continuità.
Non stupisce quindi che il panorama musicale si stia conformando se quando il pubblico ha la possibilità di cambiare la faccenda conferma la sua voglia di standardizzazione di suoni e tematiche. La cosa che mi preoccupa davvero è che questo sistemi cambi anche le sorti della comunicazione visiva grazie al servizio Shazam ADV che di fatto costringe a prestare più attenzione agli spot che guardiamo per azzeccare il momento opportuno in cui far partire il nostro ditino sullo schermo del telefono.

Per questa volta è tutto.
-Luca