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mercoledì 1 luglio 2015

Diario di un (nuovo) abbonato Sky #1 - La narrazione nei reality show

Si, è vero, questa cosa degli aggiornamenti del blog inizia a sfuggirmi di mano. La verità, e questa volta non mi sbaglio per cui non serve che io scomodi il condizionale del titolo di questo sito, è che sono un procastinatore nato e mi viene troppo facile rimandare le cose.

Per ciò quale sarebbe la cosa più in linea con il tratto distintivo della perdita di tempo se non quello di aprire un nuovo angolo tematico invece di sviluppare quelli pre-esistenti? Niente, per questo apro una nuova rubrica. Si chiama "Diario di un (nuovo) abbonato Sky" ed è una serie di analisi, illogiche e sproloquianti, e pensieri, sconnessi e deliranti, che ho accumlato sdraiato sul divano in diverse ore della giornata durante la manciata di mesi da quando la mia famiglia ha firmato e successivamente attivato un abbonamento alla piattaforma satellitare Sky. In questa prima puntata vi parlerò un po' di tutta una serie di tratti comuni delle sceneggiature del vero fenomeno del palinsesto, non solo sul satellite: i reality show.

Siano essi pre-registrati o in diretta, documentaristici o rappresentati una competizione la prima volta che ci si sintonizza sul canale principale di Sky, Sky Uno (e a fargli compagnia ci sono anche Fox Life e praticamente tutti i canali di documentari oltre che gli a me già conosciuti, arrivando da un passato a base di Digitale Terrestre, Real Time e DMAX di Discovery), si viene letteralmente invasi da questi prodotti che sorprendono prima di tutto per la cura estetica certosina e poi per la loro varietà. Ci si accorge, però, che piano piano vengono fuori tratti comuni; questi prodotti, infatti, seppur non sempre rassomiglianti per quanto riguarda temi o contenuti, sono praticamente sempre scritti e montati allo stesso modo. 

Parte 1 - "It's all about the empathy"
Stando alla definizione fornita da una eminentissima fonte l'empatia, nella comunicazione, è la "capacità di coinvolgere emotivamente il fruitore con un messaggio in cui lo stesso è portato a immedesimarsi"; non serve che io spenda parole sulla valenza voyeuristica della televisione e di quanto questo genere di programmi rappresenti la quintessenza di questa tendenza perché mi pare che sia un argomento sufficientemente discusso, trattato e conosciuto da chiunque.
Viene da sé, quindi, il comprendere come i reality show scelgano deliberatamente di proporre situazioni normali, agevoli, che permettano allo spettatore di immedesimarsi anche se completamente estraneo al tema (e al suo target abituale) del programma. Situazioni settorialmente specifiche ma rese normali per gente normale con un pizzico di mode cavalcate (qualcuno ha detto "food"?) rappresentano gli ingredienti per la ricetta perfetta per raggiungere il successo in questo settore. 
Tutto questo si traduce in lunghi focus riguardanti il contesto delle persone coinvolte durante una puntata, in maniera tale che lo spettatore riesca ad individuare specifici tipi psicologici di base (che quindi devono essere il più possibile generici e ridotti all'osso) ed eventualmente immedesimarcisi o, nel caso in cui non vi si riconosca, trarre il proprio giudizio nella maniera più rapida ma al contempo precisa possibile. Sembrerà un discorso banale, poiché come già detto in precedenza compreso, discusso e sviscerato da chiunque in qualunque occasione, ma è un punto di partenza essenziale per la comprensione integra di questi programmi perché senza questo preambolo ognuna delle cose che andrò a vedere successivamente non avrebbe un significato.

Parte 2 - Il confessionale asimmetrico
In funzione dell'empatia e del conoscere meglio i protagonisti di una trasmissione fino a qualche anno fa, quando proliferavano i reality esclusivamente in diretta (del tutto scomparsi ora e convertiti in ibridi che alternano fasi dal vivo ad altre pre-registrate), il contatto con l'intimità del singolo era fondamentale per il successo di una trasmissione. Con il passare degli anni e con il cambiamento delle abitudini dello spettatore medio e del formato stesso di questi programmi, però, anche il format più classico con cui stabilire il contatto di cui sopra, il confessionale, è andato a modificarsi: durante lo svolgersi della puntata, invece di avere intervalli in presa quasi diretta e senza montaggi in cui la persona commentava in semi-libertà gli avvenimenti, vengono inseriti spezzoni registrati in seguito, presumibilmente tutti insieme come ultima parte delle riprese, nei quali i concorrenti (o i protagonisti) commentano passo passo le loro gesta quasi come se fossero voci fuori campo.
In questo modo si stringe un patto empatico ancora più forte con il pubblico data la compresenza (nella messa in onda) tra confessione e atto.  

Parte 3 - Sotto i riflettori
Questa parte può risultare, lo ammetto, meno funzionante delle altre, perché si basa fondamentalmente su uno spoiler auto-indotto dal sottoscritto: ho provato a guardare uno show, The Quest, sapendo già dalla prima puntata chi avrebbe vinto per testare quanto la scrittura e la narrazione della trasmissione (e in generale di questo genere) suggerissero la vittoria della persona che effettivamente raggiunge tale obiettivo. Ho notato, e non è un caso perché me ne sono accorto anche con altri programmi visti successivamente senza aver fatto quel processo di auto-induzione, che esistono fondamentalmente due metodi: quello dell'outsider, che viene posto sotto l'attenzione dello spettatore mano a mano grazie anche ad un'impresa particolarmente esaltante, e quello del fuoriclasse, che suggerisce allo spettatore fin da subito dell'alta probabilità di vittoria del soggetto.
Possiamo quindi dire che questi metodi permettano in linea di massima di capire chi potrebbe vincere un reality dalla prima puntata? No, non sempre, perché spesso vengono proposti (come mi è capitato di vedere nella seconda stagione di Top DJ) episodi utili a cancellare ogni possibile certezza di aver capito chi vincerà in chi guarda e per evitare, quindi, che egli capisca che se non tutto almeno parte dell'episodio che sta guardando è stato montato a cose già concluse da tempo, e quindi sottoposto alla sua attenzione qualche periodo dopo l'effettiva fine della competizione, ed in funzione di portarlo ad intuire chi abbia più possibilità di vittoria.

Parte 4 - Carrelata
Uno dei momenti sicuramente più seguiti, insieme alle finali, di questi programmi sono le audizioni o in generale tutti quei momenti preparatori che accompagnano lo spettatore verso la trasmissione vera  e propria. Carrelate dal ritmo serratissimo che si rilassano in maniera, appratentemente, imprevedibile su alcuni concorrenti per mostrare le loro esibizioni. Siano esse positive, quindi atte a far pensare agli spettatori che quello specifico concorrente abbia possibilità di vittoria, o negative, che mettono alla berlina il concorrente e fanno ridere lo spettatore che renderà virale quella performance; la selezione di questi momenti di distensione nel ritmo sempre piuttosto concitato delle fasi preliminari di un programma è strettamente collegata a ciascuno dei punti visti in precedenza e va a concludere l'analisi della focalizzazione empatica della narrazione nei reality show contemporanei.



PS: So benissimo che quanto scritto qui non sia quanto di più leggero al mondo, soprattutto contando l'estrema leggerezza del tema, e che l'assenza di immagini appesantisca ulteriormente quanto da me scritto ma ho scelto di proposito di pormi in maniera più seriosa all'argomento, spero non vi dispiaccia.

-Luca





domenica 21 dicembre 2014

Occhi bionici ed effetto telenovela



Potrei sbagliarmi ma c'è troppa gente che confonde il progresso tecnologico con funzioni tecniche necessarie.
Come penso sappiate negli ultimi 20 anni circa, cifra assolutamente ipotetica, il mondo dell'immagine (il cinema, la fotografia, il graphic design, il videogioco eccetera) e ogni cosa ad esso collegata hanno subito un'evoluzione repentina e a cui difficilmente si riesce a stare dietro. Serve quindi una breve delucidazione su quello che è successo, sta succedendo e succederà nella sfera dell'intrattenimento legato al visivo.
Risoluzione (misurata in pixel x pixel), rapporto d'aspetto, sensori, frequenza di aggiornamento (misurata in Hz) e frequenza dei fotogrammi al secondo (misurata in fps) sono alcuni dei temi più caldi della questione: c'è chi sostiene sia essenziale che tutti i parametri siano altissimi, e chi invece reputa esistano delle priorità sottolineando che nell'arte, e in quella visiva principalmente, la componente strettamente tecnica (o meglio tecnologica, in quanto non si tratta di sapere usare gli strumenti ma degli strumenti in sé) aiuti ma non sia l'unica cosa a rendere un prodotto migliore di un altro. Per capire di quale parrocchia io faccia parte e per quali motivi, tenendo bene conto che parlo da consumatore e non da professionista, possiamo vedere insieme le applicazioni pratiche degli argomenti citati poche righe sopra e svolgerli in modo tale da fare chiarezza. Prenderò come esempi principali i megapixels, il FullHD e il framerate. Perché sono quelli più significativi e semplici.



Per "megapixel" si intende l'unità di misura, in milioni di pixels (picture element, l'unità di misura standard dell'immagine digitale), usata per indicare la superficie di una fotografia, di un video, di qualsiasi cosa. Immaginatelo come un riquadro di dimensioni x pixels per y pixels all'interno del quale si trova l'immagine (statica o dinamica che sia). Sicuramente avrete trovato questa sigla su moltissimi degli strumenti che usate quotidianamente: sia sulle vostre fotocamere digitali che su dispositivi che non hanno come funzione primaria quella di scattare fotografie come la stragrande maggioranza dei telefoni cellulari in commercio attualmente. A cosa serve questo dato e in che modo influisce sui nostri scatti?E' giusto dire che scatti ad alti megapixels sono più "belli" di scatti a minor risoluzione? L'influenza che questa unità di misura ha su una fotografia è relativa, poiché (come nella fotografia analogica era la pellicola a decretare la qualità del prodotto finito) è il sensore (un cilindro di silicio con all'interno vari foto-diodi grazie ai quali imprime la luce raccolta durante lo scatto che viene poi convertita in calcoli numerici da un elaboratore) che fa la vera differenza. Immaginiamoci di scattare a una quantità di pixel esorbitante, sopra la decina di milioni, ma con un sensore non adatto ad imprimere una quantità sufficiente di immagine per riempire tutto il famoso rettangolo che è la risoluzione con cui l'elaboratore digitale crea la foto. Quale sarà mai il risultato? Semplice: l'elaboratore compirà uno "stretching" della foto fino a raggiungere la quantità di pixel voluta. E' quindi chiaro che non siano i megapixel da soli a sancire la buona riuscita di uno scatto, così come non è solo il sensore a tornarci utile per questo compito (ci sono, infatti, altre innumerevoli variabili che vanno da componenti hardware, come obbiettivi e lenti, a software come le impostazioni della nostra fotocamera digitale). Per un approfondimento decisamente più competente del mio potete andare qui.


Oltre ad avere uno dei loghi ufficiali più brutti di sempre Full HD è un termine coniato da un consorzio di varie aziende attive nella produzione di apparecchi per la registrazione e la trasmissione di immagini digitali dinamiche (video) quali videocamere, televisori, monitor e proiettori per indicare la risoluzione dei loro prodotti. Se volessimo tornare a misurare con i megapixels, nello specifico il Full HD ne ha circa 2, stiamo parlando di un rettangolo di 1920 x 1080 pixels. E' quindi giusto dire che un'immagine dinamica girata e trasmessa a 1080p sia qualitativamente perfetta?E' giusto dire che se una console per videogiochi riproduce quella immagine a una risoluzione x è superiore ad un'altra che lo fa a risoluzione y? La risposta è praticamente la stessa che ho riportato per le fotografie, quindi immagini statiche, ma non soltanto. Anche qui ci sono tantissime variabili che influiscono sulla resa visiva del prodotto, sono praticamente le medesime che ho elencato prima a cui possiamo aggiungere, ad esempio, la risoluzione nativa (ossia originale) di un modello digitale che viene poi "convertito" tramite stretching alla risoluzione voluta ma il succo del discorso rimane il medesimo. Pure questa volta l'internet è pieno di fonti realizzate da gente decisamente più preparata di me, questo video su tutti.



Per parlare di frame rate, infine, bisogna partire dal concetto che un'immagine dinamica è un'insieme di singoli scatti, chiamati fotogrammi, messi in fila uno dietro l'altro che tramite l'interpolazione (ossia la naturale sovrapposizione di due immagini in rapida sequenza che il nostro cervello compie) danno l'illusione del movimento. Maggiore è il quantitativo di fotogrammi presente in un secondo di girato maggiore sarà la fluidità che il nostro occhio percepirà. Ora qui si inizia a parlare di gusti personali, quindi opinabili, ma da appassionato di cinema e videogiochi posso capire come l'utilizzo di un maggior numero di fotogrammi possano migliorare la fruizione del prodotto nel secondo caso ma mi è completamente oscuro come questa cosa renda maggiormente piacevole il primo. Il cinema è, da quasi sempre anche ora che è in digitale, proiettato ad una frequenza che va dai 24 ai 26 fps. Una frequenza superiore, come potrete giudicare voi stessi andando a vedere Lo Hobbit a 48 fps, unita ad un'alta frequenza di aggiornamento dell'immagine del proiettore/televisore accentua sì la nitidezza ma aumenta anche quell'effetto "telenovela" tipico dei prodotti televisivi (che sono girati e trasmessi a frequenze superiori a quelle standard del cinema). E questo è un problema enorme per il sottoscritto, poiché toglie tutta la sospensione dell'incredulità allo spettatore presentandogli un prodotto fin troppo vicino a ciò che normalmente vede. Anche per questo argomento vi rimando ad un video, sempre di Vsauce lo stesso del precedente.

In conclusione: la tecnologia che cos'è?Quello che deve essere: un supporto, un appoggio. Un aiuto alla creatività, non un obbligo.

-Luca